Ich bin a milanes.

Sono ligure e sono orgoglioso di esserlo, lo sarò sempre, ma vivo a Milano da trent’anni.
A Milano ho potuto fare il lavoro che sognavo, ho avuto quel successo che a qualcuno potrebbe sembrare poca cosa ma che al me diciottenne sarebbe sembrato irrealizzabile.
A Milano ho trovato la possibilità di vivere un’esistenza più che dignitosa.

Ho preso la residenza a Milano solo due anni fa.
Sia perché le mie radici sono forti, sia perché milanese lo diventi piano piano.
Milano ha quella fredda accoglienza asburgica che per un ligure come me potrebbe risultare perfino espansiva, ma che in generale si esprime lentamente, con sobrietà e moderazione.
La stessa lentezza con cui negli ultimi anni Milano è tornata a essere una città bellissima in cui vivere. Non solo lavorare.
Milano è una città aperta, cosmopolita e multietnica, come ne trovi poche in Europa, forse nel mondo, dove incontri persone interessanti, dove scorre irrefrenabile il talento.

Questa Golden Age milanese si è interrotta qualche giorno fa, quando tutti hanno iniziato a vederci come gli appestati del mondo: le notizie hanno dipinto scenari apocalittici, i turisti hanno disdetto, gli eventi sono stati cancellati o spostati a giugno, gli appuntamenti posticipati, gli amici di fuori hanno chiesto su whatsapp se tutto andava bene, alcuni clienti hanno rischedulato e si sono informati sul nostro smart working.

Sì, facciamo smart working. Anzi, l’abbiamo fatto.
E devo dire che ha pure funzionato bene, ma da lunedì scorso abbiamo deciso di tornare in ufficio, naturalmente prendendo tutte le precauzioni del caso. Lo abbiamo fatto per Milano, perché è sempre stata una città aperta, perché la sua ricchezza è negli scambi di intelligenze, perché l’isolamento va contro il suo spirito e la sua bellezza.

Molti milanesi si sono ritirati nelle seconde case al mare, in Liguria, presi da psicosi da contagio o magari solo per approfittare della chiusura delle scuole.
Io che in Liguria ci sono nato è una scelta che non considero neppure lontanamente, anche se avrei la possibilità di farlo (gli appuntamenti di lavoro sono rimandati e il nostro server è in cloud), e nonostante il fatto che la mia casa a Lerici sia a tutti gli effetti una prima piuttosto di una seconda casa.

Il motivo è che credo sia arrivato il momento di restituire qualcosa a Milano.
E quel qualcosa è l’esempio di persone che non si fanno condizionare, né dalla paura né dal sensazionalismo di questi giorni, l’esempio di gente che va avanti con serietà, con la giusta cautela ma anche con un sano e ragionevole pragmatismo.
Non è coraggio, è solo riconoscenza.

In questa Milano più vuota del solito ieri c’era il sole, ne ho approfittato per andare a piedi a Santa Maria delle Grazie, una chiesa vicina al mio ufficio e famosa perché il suo refettorio ospita il Cenacolo. Ma ieri sono andato a vedere un’altra cosa, un’opera sopra la cappella che dà il nome alla chiesa. È una tela del 1631 di Giovan Battista Crespi, detto il Cerano, e s’intitola “La Vergine libera Milano dalla Peste”.
Ai piedi di quel quadro ho avuto la conferma che non sarà la paura di un virus a fermare questa città indomita, e la conferma che oggi non sono più un milanese d’adozione.
Oggi, e lo dico con giustificato orgoglio, io sono un milanese.

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