Quarantatré gatti.

L’unico rammarico di un autodidatta come me è quello di non avere avuto buoni maestri. Ma chi mi conosce, sa bene che il maestro che io avrei voluto assolutamente avere si chiamava Maurizio D’Adda.

L’ho incrociato fugacemente in Young&Rubicam, appena in tempo per ricevere un complimento che mi ha gasato per tantissimi anni a venire: “tu sei uno sloganaro come me.”

Io invece ho sempre pensato che lui fosse un cazzaro, come me, ma molto più brillante. Uno di quei pochi creativi che non si prendevano troppo sul serio e, proprio per questo, ha nobilitato il genere POP in pubblicità riuscendo a emozionare milioni di persone con le sue idee.

Stamattina ho chiesto in agenzia, e tutti i più giovani non sapevano chi fosse.

Maurizio D’Adda è stato il più grande creativo italiano di sempre, almeno per me. Anche se non lo troverete riportato su Wikipedia ha scritto “44 gatti”. Ha coniato il claim di Sanremo “Comunque vada, sarà un successo”. Ha fatto un numero infinito di campagne memorabili. Insieme a Vigorelli e Lorenzini ha fondato l’agenzia che ha dominato la creatività italiana per moltissimi anni a partire dagli anni 2000: DLV.

Ma è stato anche migliaia di altre cose.

Riporto le parole di uno che, al contrario di me, ha avuto la fortuna di averlo come maestro: Luca Scotto di Carlo.

“La cosa migliore che può capitare a un creativo non è vincere un premio.
E’ avere un buon maestro.

E a me è capitato due volte: con Emanuele Pirella e con Maurizio D’Adda.

Ma se Emanuele ha rappresentato la primavera del mio copywriting, Maurizio è stato la mia estate.

Perché d’estate si sorride in continuazione, avvertiamo l’energia dentro di noi e ci sentiamo carichi di positività: sembra tutto più facile.

E così, Maurizio: parlavo con lui in agenzia ed era effettivamente tutto più facile. Come d’incanto sparivano le scadenze a ridosso e le seghe mentali.

La sua capacità di arrivare in un batter d’occhio alla soluzione mi ha sempre affascinato, così come la sua abilità di trovare ogni volta la chiave per rendere ogni riunione una discesa e mai una salita insormontabile – come spesso capita ai negativi cronici. Quelle riunioni alla fine delle quali tutti si guardano e dicono: “Ma certo, come ho fatto a non pensarci io?”

“La rima arriva prima” mi diceva quando snocciolava uno dei suoi slogan che faticavano ad accettare la definizione ‘claim’, giocando con leggerezza con le parole in quel modo tutto suo, un po’ come fanno gli anglosassoni da generazioni e non solo nella pubblicità ma anche nella musica o nelle serie tv. (cfr. Dumb ways to die)

Perché l’obiettivo di Maurizio è sempre stato non solo quello di parlare alle persone ma di raggiungerle, di interessarle e di intrattenerle, di mettersi sul loro stesso piano e poi sorprenderle.

Sembra facile a parole, ma solo se le parole sono le sue”.

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